Artissima 2012. Non tutto ciò che brilla è oro!

arte contemporanea, gallerie, mostre, eventi
Essere un piccolo critico e curatore indipendente di una piccola città, talvolta è un vantaggio!
È un vantaggio perchè sebbene da un lato si debba cercare di dar vita a prodotti di qualità con pochi spiccioli e lottando quotidianamente con qualcuno o qualcosa, dall'altro l'indipendenza da “eminenti” sovrastrutture permette di scrivere senza condizionamenti.
 
La quattro giorni di Artissima si è conclusa ieri e tra i mille afflati soddisfatti e complimentosi non poteva che giungere anche la mia voce; voce che probabilmente non ha un peso rilevante, ma se non altro – priva di obblighi – risulta tra le più obiettive.
 
Niente da dire su organizzazione e puntualità di una delle fiere più importanti d'Italia (anche se le targhette delle gallerie, diverse l'una dall'altra, davano un'idiosincratica idea di sciatteria) ma molti sono stati i dubbi sulla reale qualità dei suggerimenti.
Grandi nomi, musei in mostra e nuove proposte: questo il concept di Artissima 2012. Ma appare quasi eufemistico dire che non ho avuto un velo d'entusiasmo nemmeno a metà percorso e giunta al bookshop ho sentito montare un grande senso d'insoddisfazione.
Che sia stata colpa di nature morte, teschi, geometrismi, ready-made ed arte povera: main themes dell'evento?
Ho sempre avuto la convinzione che una fiera d'arte contemporanea – in quanto tale – dovesse proporre ciò che di nuovo il mercato dell'arte offre. Innovazione ed originalità dovrebbero essere le parole chiave su cui fondare un evento fieristico di valore, eppure ad Artissima 2012 non era presente nient'altro che - tranne sporadici casi - il “già visto”, oltre ad un'unitarietà tematica da sopore, evidente soprattutto quando lo stesso artista era presente in più stands.
La sezione destinata ai Musei in mostra è stata forse l'unica con un quid interessante (soprattutto considerando che le mostre proseguivano idealmente all'interno dello spazio museale, offrendo ad Artissima una sorta di preview), nella quale è stato possibile incrociare artisti di qualità, con valori concettuali di un certo respiro.
La sezione “Back to the Future”, dedicata a diciannove artisti degli anni '60 e '70 non poteva che rappresentare un momento di alta fruizione, ma – a mio avviso - si è perso il senso ultimo della fiera contemporanea, considerato che si è trattato fondamentalmente di proposte storicizzate che poco hanno a che fare con gli sviluppi contemporanei. Che si volesse proporre un fil rouge tematico con le elaborazioni attuali? Nessun legame era presente in fiera, però. Probabilmente bisognava lavorare d'immaginazione..
La sezione “Present/Future” poi, è stata l'apoteosi del nulla e francamente mi sconcerta pensare che le nuove proposte si limitino a teschi, teschi, teschi, cartoni del latte imballati ed astrattismo materico. Se il futuro è questo, forse è meglio darsi alla storia!
Vagamente interessante la sezione dedicata alle riviste d'arte, destinata probabilmente ai fruitori new entry del settore.
 
Per onestà intellettuale – tuttavia – è giusto citare alcuni salvataggi: Oren Eliav, Dubravka Vidović, Kolo Klipsa, Sean Raspet, Andrea Galvani, Georges Rousse, Karen Knorr, Manuele Cerutti, Adan Vallecillo, Jesus PedrazaVillalba, Tillmans, Avish Khebrehzadeh, Cally Spooner, George Young, Hergiswill, Laus-Martin Treder, Maurizio Mochetti, Christiane Löhr e Ian Davenport.
 
Quasi unico punto a favore di Artissima 2012: gli eventi collaterali, che hanno aperto ampi panorami sulla contemporaneità artistica e di design. In particolare, Operae. Mostra Mercato del Design Autoprodotto, presso la Cavallerizza Reale, dove architetti, designer ed artigiani presentavano proposte originali e d'interesse, legate soprattutto all'ecosostenibilità
 
Concludendo, ritengo ci si aspettasse decisamente di più da Artissima, soprattutto in considerazione del fatto che si è presentata come una «fiera sperimentale, di ricerca, altamente selettiva nel coinvolgere gli espositori, in grado di presentarsi in maniera innovativa, portare opere di alto livello e curare gli stand in modo ineccepibile».
Alla luce dell'effettività espositiva suona tutto un po' come un'auto incensarsi, che però nella realtà, ritengo abbia ben poco da spendere in fatto di qualità e selettività. D'altro canto, non sarà un caso se gli "acquisti istituzionali" si sono concentrati soprattutto su video e performance art. Che l'arte figurativa sia definitivamente morta?
 
 

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