Di questo e d'altri mondi

Inaugura

Venerdì, 14 Luglio, 2017 - 18:00

Presso

Annamaria Targher
Via Btg Monte Spluga 30

A cura di

Annamaria Targher

Partecipa

Stefano Maraner

Fino a

Giovedì, 27 Luglio, 2017 - 19:00

Di questo e d'altri mondi

Comunicato

In occasione della prossima personale, Stefano Maraner tira le somme rispetto alla sua ultima produzione per poter lasciare spazio a spiragli nuovi, inattesi.
La mostra accoglierà, infatti, il visitatore con un cerchio ruotante visto come estrema necessità di liberarsi dal supporto bidimensionale sul quale, da anni, Maraner giustappone elementi vegetali inframmezzati a materiali che provengono dalla sua precedente professione di falegname.
Lavoro visto da come necessità di ricondurre il caos della vita alla forma placida e perfetta del cerchio, tramite l’operare lento, paziente, strutturante (solo il fare, il procedere ci definiscono lealmente per quello che siamo, individuando ed esaltando la nostra intima natura) registra, in questo recente periodo, anche una necessità di sorpasso, di scarto, come preso dall’imbarazzo di una replica scontata e, magari, vuota. Viene, cioè, da chiedersi, se i cerchi così pazientemente riempiti, non siano un salvataggio formale, ma anche, piuttosto, la moderna prigione di una nevrosi che si ripete all’infinito per finire con l’annullarsi e con l’annullare il suo stesso artefice, sovrastato da tanta estranea ed estromessa perfezione. Come il mandala per la cultura orientale ambisce a rappresentare l’universo tutto, così Maraner definisce il suo personale spazio d’azione nel mondo con un’inconsueta eccedenza che lo ha portato a montare una vera ruota che gira su se stessa per poi lasciarla in balìa del visitatore che potrà saggiarne le possibilità motorie innescandole col suo stesso intervento.
Parallelamente, nel recentissimo Il fuoco e la ragione scelto come icona della mostra, Maraner lascia che le sezioni del sambuco si sparpaglino in maniera autonoma sul supporto ligneo, senza obbedire ad un concetto predefinito. (Viene meno, quindi, quella rigorosa definizione del metodo operativo che lo caratterizza da sempre: l’accurata e anticipata definizione dell’opera sin nel minimo dettaglio, già in fase di progettazione).
Anche qui, la paura di un vincolo troppo stretto con la forma del cerchio apre, al contrario, verso una soluzione deflagratoria, ammiccante la pittura che fa tornare alla memoria i conturbanti, pastosi soli vangoghiani.
L’artista, dal suo necessario rifugio d’alta quota e da dove alimenta il proprio lavoro attraverso la ricerca e la catalogazione degli elementi costituenti l’opera stessa (il sambuco sempre usato in sezione come elemento circolare e la vitalba impiegata come fosse una linea retta), indaga le possibili connessioni della sua ricerca strutturata sulla forma del cerchio con la sfera semovente, monumentale e, per contro, con la sua esplosione nei “segni” della pittura che, altri non sono, se non le sue sezioni di sambuco finalmente liberate.

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