Angela Vettese senza peli sulla lingua

 

Non si può biasimare il breve articolo polemico di risposta di Angela Vettese ad un pamphlet che in meno di 6 mesi dalla sua comparsa ha suscitato più polemiche che altro.  Stiamo parlando del libro di Jean Clair, che nel suo "L'inverno della cultura" non risparmia proprio nessuno. Spara a zero su direttori museali, gestione del patrimonio pubblico e privato, degrdazione dei valori europei, adeguazione sistematica agli standard americani (e tanto altro ancora). E pare non sia piaciuto agli accademici e agli addetti ai lavori del mondo dell'arte.

Già, perché per quanto tutti concordino nell'affermare che l'ex direttore del Museo di Picasso e del Pompidour dica solo la verità e nient'altro che la verità, bè - paiono replicare gli addetti ai lavori - questa verità noi già la conosciamo quindi questo tono polemico non ci piace più di tanto.

é come se un pò tutti accusassero il caro Clair di non aver scoperto l'acqua calda, che la sua voce fuori dal coro si unisce ad un dissenso che museologi e addetti ai lavori manifestano già da anni, quindi, perché sprecare carta stampata per propinare sempre la solita solfa?

Io non sono d'accordo perché un paphlet divulgativo che dica le cose come stanno non fa mai male, il suo aspro dissenso  è iniziato molto prima, con un altro opuscolo intitolato "la crisi dei musei", in cui spiega nel dettaglio cosa intende per crisi dei valori museali; ciò non toglie che la critica della Vettese è interessante e apre un dibattito bollente e decisamente contemporaneo.

 

 

«L'asino che mette il proprio carico in groppa al padrone e lo picchia, il professore trascinato davanti al giudice per aver schiaffeggiato lo studente che lo insultava, il bue che con il coltello taglia a pezzi il macellaio, gli oggetti dichiarati "barocchi" da Koons. Fine di un mondo». Com'è bello essere catastrofisti quando c'è aria di catastrofe in giro: tutti ti danno ragione. Così Jean Clair, che sta ottenendo un successo editoriale insperato con un nuovo libro in cui ripete ciò che diceva da anni, ma forse con meno veemenza...

 

continua a leggere l'articolo qui 

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2011-12-18/jean-clair-catastrofista-081811.shtml?uuid=Aac3kKVE&fb_source=message

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Angela Vettese nuda (in

Angela Vettese nuda (in fotomontaggio) da «Mapping history» di Lidia Panzeri

Probabilmente l’avrete già visto. Un fotomontaggio con Vettese desnuda in posizione “doggy” circola da tempo in internet. Ma, ora che l’immagine è stata pubblicata nel saggio «Mapping history» di Lidia Panzeri, la Vettese (vestida) si mostra indignata e rilascia alcune risentite dichiarazioni al Corriere:

http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/cronaca/2011/24-novembre-2011/compare-senza-veli-un-libro-vettese-si-ribella-fotomontaggio-1902291253293.shtml

«Non ne sapevo nulla, nessuno mi ha chiesto niente. E soprattutto: non è una mia foto – è seccata, Angela Vettese – , si tratta di una foto presa da internet, è un fotomontaggio fatto da alcuni studenti, ma non è quello il punto. Non si fa così, con una foto del genere, che ha quasi del pornografico, mi aspettavo almeno di essere contattata. E poi trasmette un’ immagine che non mi piace, un simbolo sbagliato del corpo femminile».

Ho delle difficoltà ad associare un tale pensiero moralistico-bacchettone ad una critica che nei suoi scritti si fa divulgatrice di immagni di facile sensazionalismo, come nel saggio “Dal corpo chiuso al corpo diffuso” (in “Arte contemporanea” a cura di F.Poli, Edizioni Electa Mondadori) dove Vettese inneggia ad Oleg Kulik, l’artista russo ben noto per le sue performance da “cane rabbioso” nelle quali appare nudo in gabbia, rilasciando escrementi e mangiando da una ciotola. Sarebbe, questo, un simbolo corretto del corpo maschile?

“Ricordiamo le comparse in veste di cane di Oleg Kulik; in una di queste, “I Bite America And America Bites Me” (1997, Deitch Projects, New York), rifacendo il verso a Joseph Beuys l’artista è arrivato dalla Russia in una cassa per animali e rimase nudo, muto e a quattro zampe per due settimane, mangiando da una ciotola, rilasciando escrementi, esponendosi nudo al voyeurismo del pubblico. La meditazione di Beuys tra natura e cultura e tra due culture diverse viene riletta in chiave tragicomica: se il tedesco aveva immaginato una possibile conciliazione tra Europa e Amertica, il russo si fa testimone di una completa sottomissione, potenzialmente aggressiva ma fedele come quella di una cane”
(“Dal corpo chiuso al corpo diffuso” in “Arte contemporanea” a cura di F.Poli, Edizioni Electa Mondadori)

Come sappiamo, le pratiche performative si esprimono per metafore (talvolta assai crude) che sono accettate quando ad esporsi in atti autoderisori, sadomasochisti, è l’artista, ma sono ritenute sanzionabili nel momento in cui il bersaglio della satira e del dileggio diviene il potere. A ben vedere ritroviamo in Kulik, estremizzato nella sua spettacolizzazione exploitativa solo apparentemente trasgressiva, il vecchio ruolo del buffone di corte disposto a tutto pur di attirare su di sé l’attenzione del re, di divertirlo; va anche detto che in tale ruolo l’artista acconsente implicitamente di comparire nella veste di fedele “cane della critica”, volenteroso, inerme strumento di sperimentazione, freddamente osservato come in un esperimento scientifico dall’occhio cerebrale del pubblico selezionato e dei colletti bianchi del sistema.
Dipinti per “ginocchiatoj de’ potenti”, definiva il Lanzi una certa pittura dai toni sdolcinati; ribaltando categorie e stereotipie usurate, potremmo oggi riunire sotto la tag “per le cattedre de’ potenti” tante truci, patibolari performance desnude condite da calcolate trasgressioni.
Insomma, se un Tal dei Tali che si aggira in una gabbia a quattro zampe diviene riflessione sull’antagonismo tra culture e contributo concettuale alla storia dell’arte (ma vorrei sapere che ne pensano gli intellettuali russi della paradossale sottomissione verso l’egemonia USA inscenata da Kulik), anche un fotomontaggio “doggy” può essere letto come atto creativo, trasposizione contemporanea di una caricatura alla Punch riformulata attraverso le tecnologie digitali ed i linguaggi della contemporaneità. Una Vettese (vestida) moraleggiante sul simbolo sbagliato del corpo femminile (desnudo) dimostra, ancora una volta, assoluta ipocrisia; senza dubbio va sottolineata la costante contraddizione che ne consegue, un limbo teorico che relativizza ogni valore, spaccia moneta fuori uso e moneta falsa come vera per poi riderne cinicamente, gambizza i talenti autentici a favore dei leccapiedi, definisce sprezzantemente “localismo” la comprensibile resistenza delle culture locali all’essere riassorbite da una spietata omologazione cuturale. Se poniamo la caricatura digitale di “Mapping history” nel solco della linea Beuys-Kulik, essa risulta assolutamente calzante, pienamente rappresentativa di una psicologia di sottomissione verso i capibranco dell’egemonia culturale anglofona della quale Vettese si è fatta portavoce nella fondazione veneziana da lei guidata…

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