Alessandro Roma. Il sole mi costrinse ad abbandonare il giardino

Il sole mi costrinse ad abbandonare il giardino, 2011 Oil, spray, graphite and c

Consiglierei a chi volesse visitare la personale di Alessandro Roma (1977; vive e lavora a Milano) negli spazi espositivi di Brand New Gallery a Milano di andarsi a leggere - o rileggere – le osservazioni di Arthur Schopenhauer sull’arte del giardinaggio contenute nel paragrafo 44 dell’opus magnum del filosofo di Danzica, Il mondo come volontà e rappresentazione. Del resto, la produzione artistica di Alessandro Roma si presta molto a un approccio metateorico, se si pensa alle implicazioni speculative contenute nella serie presentata nel 2011 al Mart di Trento (Humus) incentrate sulla natura della nostra percezione e sulle nostre modalità di conoscere la realtà. Del resto il bel testo a catalogo di Barry Schwabsky pubblicato in occasione della mostra milanese brilla per le interessanti scorribande nella comunicazione politica americana (e in special modo sulle dichiarazioni di Carl Rove sulla capacità dell’impero americano di realizzare una realtà che altri avranno solo da studiare fatta e finita) per dimostrare come il lavoro di Alessandro Roma sia tutt’altro che l’espressione di un mondo allucinato e onirico, come la critica nostrana superficiale e furbetta vorrebbe farci credere coi suoi testi a catalogo scritti la sera prima dell’inaugurazione, ma anzi sia un tributo a ciò che vi è, la Natura così com’essa è nella sua intima essenza. Una volta varcata la soglia della galleria e presa confidenza con le opere ivi esposte, al primo sguardo non distinguerete una mazza, spaesati fra sculture in foggia di elementi scultorei che richiamano gli antichi giardini e quadri che fanno riandare col pensiero alla deframmentazione di forme familiari. Ma non è così, del resto la pittura come la filosofia è materia difficile.

 

Questa mostra di Alessandro Roma è un po’ la smentita di quanto Schopenhauer scriveva nel succitato paragrafo a proposito dell’arte del giardinaggio:

Quel che le due arti ricordate [l’architettura e l’idraulica artstica, n.d.r.] fanno per i gradi minimi dell’oggettità della volontà, fa in certo modo l’arte bella dei giardini per il grado, più elevato, della natura vegetale. La bellezza d’un limitato paesaggio consiste in gran parte nella varietà degli oggetti naturali che vi si trovano; e poi nel fatto che questi vi si distinguano nettamente, vi risaltino con evidenza, e tuttavia si presentino in convenevole armonia e varietà. Sono queste le condizioni, a cui l’arte bella dei giardini contribuisce: nondimeno essa è lungi dall’esser padrona della sua materia, come l’architettura è della propria; e quindi la sua azione rimane limitata. Il bello, che essa presenta, appartiene quasi per intero alla natura; essa v’ha poco contribuito.1

E qui casca l’asino. Perché nel giardino di Alessandro Roma le pitture di paesaggio e i collages esemplificano proprio la meta dell’arte bella almeno nella vulgata romantica e crucca, ossia la contemplazione delle idee, mentre  le sculture in terracotta sembrano proprio rinnovare la funzione della chora d’ellenica memoria, il ricettacolo delle forme di cui parla Platone nel suo Timeo. In modo tale che, ancora una volta, alla fine si dica a se stessi con linguaggio vedico: «Tat tvam asi», ossia «Questo vivente sei tu».

  1. Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Laterza, Bari, 1979, vol. II p. 297

 

dall'11 aprile al 24 maggio 2012

Brand New Gallery
via Farini 32
20159 Milano
Tel +39-02-89.05.30.83  
Fax +39-02-89.05.31.67

www.brandnew-gallery.com
info@brandnew-gallery.com

da martedì a sabato ore 11-13; 14.30-19

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