Ad un passo da Degas. Da Parigi a Torino (e ritorno) - pt. 1

Fino a qualche settimana fa, la marcia di avvicinamento alla mostra su Edgar Degas a Torino era stata scandita dal mantra A un passo da Degas. Quando il 19 ottobre l'esposizione ha aperto i battenti ed il sito web è stato attivato, abbiamo appreso della meno estrosa rititolazione Degas. Capolavori dal Musèe d'Orsay. Poco male, nonostante la sottile arguzia della denominazione originaria - meglio intellegibile considerando la consonanza del pittore col modo delle ballerine...  Ma tant'è, la mostra - d'altronde - è da “usato sicuro”: semplicemente trasferisce nella sede torinese un nucleo cospicuo di opere del Museo d’Orsay, dando la possibilità a molti visitatori italiani di confrontarsi da vicino con l’opera dell’artista francese. Nessun ardimentoso accostamento di pittori (Raffaello verso Picasso a Vicenza), o acrobatico percorso para-individuale (Gauguin ed il viaggio nell’esotico a Madrid): semplicemente, un percorso lineare, ma proprio per questo opportunamente concentrato, senza fumo negli occhi, su di un’opera complessa ed affascinante. Che troppo spesso – è la sorte degli Impressionisti – siamo stati abituati a fruire distrattamente su cartoline, wallpapers, tazzine, tavolette di cessi e quant’altro. D’altronde, siamo la patria della Gioconda.

Degas torna in Italia; e sarebbe bello (re)incontrarlo. Avvicinarsi, davvero, “ad un passo”, ed oltre: toccarlo, con la profondità della testa e dello sguardo – dovrei aggiungere “del cuore”, ma non amo queste derive patetiche. Senza pretendere d’improvvisare un vademecum – di manuali se ne ha abbastanza, si ha nostalgia di quella bella critica “letteraria” di fine ‘800 – su Lobodilattice dedicheremo un piccolo speciale all’artista, ospitato dalla rubrica Time Dripping. Spot luminoso su pochi dipinti alla volta: qualche tratto d’evocazione, una critica... “impressionista”: che spesso è meglio di quella – finita, in tutti i sensi – “accademica”.

Torna in Italia, dicevo. Perché – anche senza spulciare gli almanacchi delle mostre nella Penisola – il rapporto del pittore francese col nostro Paese è stato stretto e fertile. Il padre dell’artista proveniva da una famiglia bretone trasferitasi a Napoli durante la Rivoluzione francese, ma soprattutto in Italia Degas vivrà tra il 1856 ed il 1859 una fase decisiva della propria formazione.

A ridosso dell’esperienza italiana, Degas si dedica ad un ciclo di ritratti a parenti ed amici, senza mancare di ritrarre se stesso. A Torino si può apprezzare un’opera che si sarebbe tentati di definire “poco degassiana”, rispetto all'immagine diffusa dell'autore, ma in realtà tale ne è lo stile agli esordi: l’autoritratto del 1854-55 denuncia in un particolare abbastanza evidente l’attenzione riservata dall’artista a Jean Dominique Ingres, di cui visiterà lo studio grazie ad un amico di famiglia, il collezionista Edouard Valpinçon. L’effigiato separa lo sfondo neutro in due parti, di cui quella a sinistra più illuminata, assecondando una precisa indicazione del più anziano maestro francese: “Nei ritratti, molto fondo sopra le teste: e che sia illuminato da una parte, nell’ombra dall’altra”. C'è poco "fondo sopra le teste" - si obietterà osservando il dipinto del giovane Edgar. Eppure lo stesso Ingres giovane si era rappresentanto in una posa assai simile, nel bel dipinto di Chantilly, più con l'aureola che con l'aria sopra la testa (vedi gallery). Nell'opera di Degas, risaltano la composta e giovanile sicumera, l’aria da dandy, il profilo appena accennato della barba, quasi ancora post-adolescenziale; perfino un cruccio fin troppo serioso, cucito su labbra turgide, che affondano nella penombra in tre quarti. Ed è proprio il rapporto tra la figura e lo spazio per mezzo della luce a presentire gli sviluppi “impressionistici” degli anni a venire. Come per effetto di un fuori fuoco, il lato sinistro del corpo (a destra, per chi osserva) s’avvolge di un’ombra fonda fino a mutare in porosa argilla nera la base di questo piramidale, auto-referenziale colosso. Le mani sembrano “condotte di colpi, tirate via di grosso e con macchie”, per applicare a questo ritratto la descrizione che Vasari diede a metà '500 dei dipinti tardi di Tiziano. Ed a quest’ultimo, per l’incombenza fisica, urgente dell’effigiato, sembra che Degas possa aver guardato, forse al Ritratto di Vincenzo Mosti, davvero affine, se non al più lustrato Uomo con guanto – a portata d’occhio, lì, al Louvre: un esempio vivido – piacerà anche a Manet – di come infondere sonorità cromatica ai non colori (bianco e nero).

Un autoritratto del ’63 conservato a Lisbona, già meno “finito”, indica a mio avviso una diversa elezione stilistica: non più Ingres, tout court, ma già una riflessione più approfondita su Delacroix; non solo Tiziano, ma anche quel Velàzquez che fu "galeotto" nella conoscenza tra Degas e Manet. I due, infatti, si conobbero mentre Degas stava copiando al Louvre L’infanta Margherita del pittore spagnolo. Era il 1862. L’anno dopo Manet esporrà al Salon des Refusés Le bain, poi ribattezzato Le déjeuner sur l'herbe. Sulla rotta che incrocia il colorismo, anzi, i "colorismi" nelle diversificate fenomenologie e fonti, il ricordo dell’opera di Manet è proprio da Tiziano, e più precisamente dal Concerto campestre, ancora al Louvre, a lungo attribuito a Giorgione. Rispetto alla sovversione di Manet, che costruisce l'immagine con masse cromatiche, pare che il Degas di questa prima fase sia ancora impelagato in un diligente apprendistato. I temi letterari sono stati appena lasciati alle spalle (Educazione delle giovani spartane, Semiramide e la costruzione di Babilonia), ma il ritratto è ancora un porto sicuro, rispetto alle più carnee tranches de vie di Courbet e Manet. Eppure, nell’autoritratto di Lisbona l’audace trattamento dei bruni, riscaldati da un tocco vivido che riprende la spontaneità di Frans Hals, la sprezzatura di guanto e copricapo tenuti nella mano destra, con la stessa nonchalance del nastrino al collo dell’Olympia, sono già sintomatici di una mobilità intellettuale – ed oculare – che oscilla tra sfocatura e solidificazione cromatica. Lo si avvertirà, con più pregnanza, nei tanti pastelli, destinati a costituire il medium privilegiato della maturità di Degas.

Ma intanto la Storia si fa, tra il Cafè Guerbois ed il Salon; tra il Louvre e Rue des Batignolles; tra i tulle, morbidi nello scroscio di applausi, dell'Opéra, e lo scherno assordante del pubblico fomentato dall'Accademia al Palais de l'Industrie, dove espongono i refusès. La Storia si fa, nella fugacità dei bouvelards inneggiata da Baudelaire, e Degas sta per accettare la sfida del suo tempo, l'impudico sguardo della Victorine Meurent della Colazione sull'erba o della prostituta - troppo nota, ai più: osserverà Zola - dell'Olympia.
Il guanto di sfida - o il nastrino della tradizione - sta per essere gettato.

(...continua...)

INFORMAZIONI TECNICHE SULLA MOSTRA

Degas. Capolavori dal Musée d'Orsay
Torino, dal 18 ottobre 2012 al 27 gennaio 2013
Palazzina Della Società Promotrice delle Belle Arti in Torino
ORARI: tutti i giorni dalle 10 alle 19.30 Giovedì dalle 10 alle 22.30
Chiuso al martedì (la biglietteria chiude un'ora prima)
INFOLINE 011.5790095
VISITE GUIDATE Tutti i sabati alle 14:30 Costo 5 euro + biglietto ingresso

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